La Costituzione e la legge dicono che cosa dovrebbe essere e fare un Presidente del Consiglio

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di Fabio Ferrari

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, ha gentilmente ringraziato il Primo Ministro spagnolo per aver ‘accolto’ l’Aquarius: è una buona notizia, considerato che la gratitudine e la cortesia rappresentano alcuni dei più nobili sentimenti dell’animo umano. Ciò posto, e detto con il massimo del rispetto verso l’istituzione e la persona, sarebbe forse opportuno che il Presidente del Consiglio faccia anche un’altra cosa: il Presidente del Consiglio.

In un Paese in cui, rilevava Bin, non si insegna educazione civica, capita più volte di spiegare che il Presidente del Consiglio non è affatto ‘eletto dal popolo’, come invece per mesi e mesi hanno lasciato intendere gli stessi partiti oggi maggioranza nel Governo, sempre pronti a gridare al golpe lamentando la mancata elezione dei precedenti inquilini di Palazzo Chigi. Proprio per convincere anche i più riottosi a comprendere il funzionamento di una repubblica parlamentare, si sono proposti anche esempi ‘limite’, paradossali, cercando di sfruttare la loro carica di eloquenza; uno di questi suonava più o meno così: “se domani il Presidente della Repubblica nominasse Presidente del Consiglio uno sconosciuto, non parlamentare, privo di qualunque incarico politico, non affiliato ad alcun partito etc. e questi ottenesse la fiducia…egli sarebbe legittimamente Capo del Governo, nella pienezza dei propri poteri”.

In Italia bisognerebbe però sempre essere cauti con gli esempi di scuola, perché la realtà prima o poi supera anche la più fervida fantasia, e quest’ultima non tiene sempre conto che qualcosa di giuridicamente lecito non necessariamente è altresì opportuno, dignitoso, decoroso, politicamente di buon gusto.

Nel nostro sistema il Presidente del Consiglio non è un orpello, un accessorio, né un simbolo di unità che può limitarsi a portare la giusta vicinanza alle popolazioni terremotate: la politica generale del Governo è collegialmente determinata dal Consiglio dei Ministri, ma a il Presidente a dirigerla; recita l’art 95 Cost.: «Il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri». È lui – deve essere lui – il perno politico dell’Esecutivo, come è lui a doversi relazionare politicamente con i leaders internazionali, rappresentando gli interessi del nostro Paese. Siccome la politica è complessa, così come lo è la pubblica amministrazione al cui vertice i singoli Ministeri sono posti, il Presidente del Consiglio non può essere una persona ‘qualsiasi’, e chiunque si relazioni con egli – dall’ultimo dei burocrati al più importante Capo di Stato europeo – deve sapere di avere di fronte un soggetto realmente al timone dell’Esecutivo, in grado di dare concreta attuazione all’indirizzo politico, di mantenerne la necessaria unità innanzi alle inevitabili insidie portate dalle correnti interne, di assumere impegni seduta stante a nome del Governo che rappresenta, avendo la capacità e la credibilità necessarie per darvi seguito.

L’immagine del Presidente del Consiglio che chiede al suo vice – Di Maio – il permesso di riferire una particolare cosa alle Camere a cui sta chiedendo la fiducia è, senza voler sovrastimare l’episodio, francamente imbarazzante. Così come è difficilmente digeribile che in questi giorni, a seguito dei noti eventi sull’immigrazione, il Presidente del Consiglio non abbia ancora proferito, ufficialmente, verbo.

Comunque la si pensi sul comportamento dell’Esecutivo nella vicenda Aquarius, si tratta senza alcun dubbio di fatti di una portata politica enorme, con implicazioni che vanno ben al di là delle strette competenze del Ministro dell’Interno o delle Infrastrutture, e per i quali il Paese ha diritto di sapere dal Capo del Governo come e se essi rappresentino la politica ‘ufficiale’ di Palazzo Chigi sull’immigrazione. In nessuna delle riunioni del Consiglio dei Ministri del Governo Conte si è trattato il tema, né nessun provvedimento è stato adottato in tal senso. Dove si è formata questa – condivisibile o meno – linea politica? Qual è l’opinione del Capo del Governo sul punto? In che modo egli ha influenzato la decisione di chiudere i porti?

È bene ricordare che a norma della legge 400/1988 (art. 5) il Presidente del Consiglio, tra le altre cose, «coordina e promuove l’attività dei ministri in ordine agli atti che riguardano la politica generale del Governo…concorda con i Ministri interessati le pubbliche dichiarazioni che essi intendano rendere ogni qualvolta, eccedendo la normale responsabilità ministeriale, possano impegnare la politica generale del Governo».

In diritto, quasi sempre, la forma è sostanza. È certo questo è uno di quei casi.

I paradossi a cui si sta assistendo sono veramente notevoli: due partiti che da sempre inveiscono contro l’art. 67 Cost. (divieto di mandato imperativo) riescono a formare un Governo esattamente grazie al sacrosanto principio espresso da quell’articolo; due partiti che da sempre inveiscono contro i Presidenti del Consiglio ‘non eletti’ dal popolo si fanno ‘guidare’ da un leader totalmente estraneo alla politica e privo di qualunque carica elettiva. Il tutto con estrema disinvoltura, e senza particolare cura di ‘correggere’ le dichiarazioni di segno opposto quotidianamente irradiate a reti unificate fino al 4 Marzo.

Può essere che da questa situazione, di paradosso in paradosso, emergano anche aspetti positivi per il Paese; così come non è escluso che il Presidente del Consiglio, dopo un primo momento di comprensibile ‘apprendistato’, si riveli un leader competente e capace, in grado di esercitare al meglio l’enormità del compito che gli è stato affidato (e che lui ha accettato), magari in positiva discontinuità con alcune esperienze del passato non esattamente esaltanti. Non lo si può che sinceramente sperare.

Però ci sarebbe bisogno di qualche segnale: possente, concreto, greve. E possibilmente al più presto. La cronaca non consente più di tergiversare: ammesso l’abbia mai consentito.

Un commento su “La Costituzione e la legge dicono che cosa dovrebbe essere e fare un Presidente del Consiglio

  1. La confusione che regna in questo paese non è colpa del popolo ignorante al quale nessuno ha insegnato i principi e gli strumenti del gioco istituzionale, ma dei politici (cinici e ignoranti), degli esperti (costituzionalisti e politologi, interessati e vanitosi) e dei commentatori (giornalisti che capiscono di solito quando i danni sono fatti). Il ruolo costituzionale di P/C ricordato dall’autore è compatibile con un primo ministro debole, espressione di un compromesso complesso fra partiti coalizzati. La prassi della così detta prima repubblica insegna. Il passaggio da una posizione politica debole a episodi imbarazzanti e fluido. Il riferimento all’art. 67 mi sembra invece cruciale. I due partiti “populisti” al governo sono tuttavia solo il prodotto di un’evoluzione (degenerativa) iniziata sostanzialmente con la legge elettorale 270/2005. Sono le liste bloccate assieme alla retorica fino a ieri (dicembre2016) quasi universalmente condivisa dell’elezione diretta del governo che violano direttamente gli art. 48 e 51 e indirettamente l’art. 67 e che distruggono in profondità l’impianto liberaldemocratico del sistema parlamentare fondato dalla costituzione più bella al mondo. Non ci siamo ancora resi conto della gravità della situazione creata da norme, sentenze e retorica concordanti, perché invece di ripristinare i principi fondamentali (i tre articoli citati) si continua allegramente a “correggere” gli effetti degenerativi attraverso nuove violazioni dei principi: mandato di partito, revoca del mandato di chi cambia gruppo, negazione delle garanzie di mandato. I miei interventi su riviste e blog specializzati in difesa dei principi classici sono ignorati o censurati.

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